Rapporto Migranti: calo sbarchi, il 52% stranieri in Italia e’ cristiano, solo 33% e’ islamico. 12.000 nuovi cittadini italiani, ma cresce discriminazione. Aumentano irregolari, entro 2020 oltre 670 mila

Contrariamente all’opinione comune, tra gli stranieri residenti in Italia i cristiani sono la maggioranza – 2.742.000, pari al 52,2% del totale – e la componente musulmana ammonta solo a un terzo del totale con 1.733.000 fedeli, il 33%. Lo rivela il capitolo del Dossier Statistico Immigrazione 2019 dedicato al panorama multireligioso che si sta delineando in Italia. La numerosa presenza di romeni, da diversi anni di gran lunga la prima collettivita’ straniera in Italia con 1,2 milioni di residenti – oltre un quinto del totale – ha rafforzato la componente dei cristiani ortodossi che, con 1,5 milione di fedeli stranieri, supera, tra questi ultimi, i cattolici, meno di 1 milione. In diminuzione la presenza evangelica – il 4,4% del totale – rallentata dal sostanziale calo dei flussi provenienti da alcuni paesi. Quanto ai musulmani, un altro fatto meno noto e’ che una buona parte proviene dall’Europa balcanica – principalmente albanesi, non particolarmente praticanti – e dall’Africa mediterranea, innanzitutto dal Marocco. “Quello piu’ diffuso in Italia e’ un islam ‘culturale’, alimentato da un remoto richiamo della memoria religiosa del Paese d’origine che si esprime soprattutto nel digiuno del mese di Ramadan e nella partecipazione ad alcuni momenti comunitari”, spiega Paolo Naso, politologo dell’Universita’ Sapienza di Roma e membro del comitato scientifico del Dossier statistico immigrazione. “D’altra parte una comunita’ cosi’ numerosa e variegata non sempre trova guide formate e preparate a rispondere alle domande di dialogo e di presenza pubblica che le istituzioni, la societa’ italiana e le altre comunita’ di fede pongono all’islam italiano. Spesso, gli imam sono sostanzialmente autodidatti in materia coranica e dottrinale, mentre si fa sempre piu’ urgente la creazione di una scuola ‘italiana’ che formi guide spirituali qualificate e pronte a esercitare quel ruolo di ponte e di mediazione culturale che serve a costruire un islam propriamente europeo”, evidenzia Naso. Dallo studio si evince, inoltre, un grave ritardo legislativo in materia di liberta’ religiosa. “In Italia un mondo cosi’ articolato e complesso per via delle nuove presenze religiose e’ regolamentato da una vetusta legislazione di epoca fascista. E’ un ritardo grave che, oltre a ledere i diritti fondamentali in materia di liberta’ religiosa, rallenta l’emersione pubblica di comunita’ di fede che potrebbero avere un ruolo importante sul piano delle politiche sociali, di integrazione e di contrasto al radicalismo”, fa notare Claudio Paravati, direttore del Centro Studi Confronti. “L’uso strumentale della religione e dei suoi simboli ammanta la xenofobia e l’intolleranza razzista di un devozionismo ideologico che poco ha a che fare con lo spirito di accoglienza, condivisione, dialogo e fratellanza che connota ogni fede autentica”, conclude Luca Di Sciullo, presidente del Centro studi e ricerche Idos. 

 

112.000 nuovi cittadini italiani, ma cresce discriminazione – Nel 2018 sono stati 112.500 gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana, un dato in netto calo rispetto ai due anni precedenti. Per i ricercatori dell’Idos la diminuzione del numero di ‘nuovi italiani’ e’ imputabile da una parte ad “una legge anacronistica, imperniata sullo ius sanguinis, che in 27 anni nessun governo e’ riuscito ancora a riformare” e dall’altra a un “inasprimento dei requisiti, anche economici, necessari non solo per ottenerla ma soprattutto per conservarla, a causa delle aumentate possibilita’ di revoca introdotte dal primo decreto sicurezza del 2018”. La mancata risoluzione della questione della cittadinanza per chi nasce in Italia, in un Paese in cui iniziano ad affacciarsi addirittura le terze generazioni di immigrati – avverte l’Idos – “costituisce uno di quei fattori che stanno contribuendo ad avviare processi di disaffezione e, soprattutto tra i piu’ giovani e qualificati, anche di abbandono del Paese”. Il 60,1% dei non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia ha un permesso di durata illimitata, quindi uno status legale stabile, prevalentemente per motivi di famiglia (46,9%) e di lavoro (29,7%). Il Dossier statistico immigrazione 2019 conferma il radicamento nel Paese dei cittadini stranieri. Ciononostante dinamiche e politiche di esclusione e discriminazione sono molto diffuse, disconoscendo il carattere strutturale dell’immigrazione nella societa’ italiana. A questo radicamento si aggiunge il fatto che finora quasi mezzo milioni di stranieri ha gia’ acquisito la cittadinanza italiana e piu’ di 1,1 milione di stranieri – un quinto del totale – e’ nato in Italia, quindi lo sono solo giuridicamente. Di questi ‘stranieri’ nati in Italia, il 50% (piu’ di 530 mila) siede sui banchi delle scuole italiane, pari a un decimo di tutta la popolazione scolastica nazionale. “Nonostante questa evidente organicita’ al tessuto sociale del Paese, in Italia la popolazione straniera viene ancora penalizzata o discriminata sotto diversi punti di vista. I pregiudizi si appuntano ancora molto sulle appartenenze religiose, con quella musulmana maggiormente stigmatizzata” sottolinea il rapporto. Le discriminazioni si riscontrano dalla casa al welfare passando per l’inserimento socio-lavorativo. Ad esempio solo il 21,5% degli stranieri ha una casa di proprieta’ – contro l’80% degli italiani – non per insufficiente capacita’ economica ma per le maggiori difficolta’ a ottenere dagli istituti di credito l’anticipo o la fidejussione necessari ad avviare le pratiche. Cosi’ quasi i due terzi (il 63,5%) degli stranieri abita in affitto, non raramente con contratti irregolari e pagando un canone pretestuosamente maggiorato, nel loro caso, dai proprietari di casa, quando questi ultimi addirittura non si rifiutino espressamente di affittare loro la propria abitazione.  Pur essendo maggiormente a rischio poverta’ – 49,5% contro 26,3 % – il doppio rispetto a nuclei familiari di soli italiani, gli stranieri subiscono discriminazioni da parte delle istituzioni – Comuni, enti pubblici nazionali – che ne limitano l’accesso a misure di assistenza e sostegno contro l’indigenza. Nel 2019, ad esempio, le condizioni di accesso al Reddito di cittadinanza (Rdc) escludono gli stranieri, imponendo un periodo di residenza di 10 anni, di cui due continuativi, quintuplicato rispetto al precedente reddito di inclusione. A richiederlo possono essere i soli detentori di un permesso di soggiorno di lunga durata, il cui rilascio gia’ richiede, come requisito, un reddito minimo annuo – circa 6.000 euro – pertanto risultano ‘troppo ricchi’ per il Rdc. Nel settore dell’istruzione, i ragazzi stranieri trovano ancora maggiori difficolta’ di riuscita e di permanenza nel circuito della formazione: sono in ritardo scolastico tra il 30,7% e il 58,2% di loro, in base al grado di scuola ( contro il 9,6% e il 20% per gli alunni italiani). Dopo l’eta’ dell’obbligo solo il 64,8% degli stranieri prosegue gli studi e piu’ di un terzo di loro si orienta verso istituti tecnico-professionali. Le stesse difficolta’ si riscontrano nel mercato del lavoro, con in partenza le annose difficolta’ di riconoscimento dei titoli e delle competenze professionali acquisiti all’estero da parte di stranieri venuti in Italia. Dei 2,45 milioni di occupati stranieri – il 10,6% di tutti i lavoratori in Italia, secondo i dati Istat – due su tre svolgono professioni non qualificate o operaie e solo 7 su 100 occupano ruoli qualificati. Nei servizi domestici e di cura della persona, il 68,9% dei lavoratori sono stranieri, in stragrande maggioranza donne, impiegate per lo piu’ in nero; il settore assorbe il 42% di tutte le occupate straniere in Italia. Per il resto, sono stranieri quasi la meta’ dei venditori ambulanti, piu’ di un terzo di facchini, braccianti agricoli, manovali e personale non qualificato della ristorazione. Il 34,4% dei lavoratori immigrati risulta sovraistruito per il posto occupato, a fronte del 23,5% degli italiani, oltre a percepire una retribuzione media mensile piu’ bassa del 24% rispetto a quella degli italiani. Retribuzione che si abbassa ancora di piu’ – del 25% – per le sole donne straniere, doppiamente stigmatizzate. Rispetto agli italiani, per gli stranieri e’ piu’ elevato sia il tasso di occupazione (61,2% contro 58,2%) sia quello di disoccupazione (14,0% contro 10,2%). Il lavoro autonomo continua a distinguersi per crescita e dinamismo: nel 2018 le imprese condotte da stranieri sono aumentate ulteriormente, ancora in controtendenza con l’andamento complessivo, e hanno superato la 602 mila unita’ (+2,5% annuo, che tocca il picco di +11,4% tra le sole societa’ di capitale), arrivando a rappresentare il 10% di tutte quelle attive in Italia.

Aumentano irregolari; entro 2020 oltre 670 mila –  Sul breve termine il primo decreto sicurezza del 2018 ha causato maggiore esclusione sociale, contribuendo a fare sensibilmente aumentare il numero di stranieri irregolari. Nel 2018 secondo le stime citate dal Dossier statistico immigrazione erano 530 mila e entro il 2020 potrebbero arrivare a oltre 670 mila. Un numero secondo solo a quello emerso nella grande regolarizzazione del 2002. A causare ulteriore esclusione tra i migranti e’ l’abolizione dei permessi per protezione umanitaria – impossibilitati ad ottenere rinnovi e nuovi rilasci – oltre all’introduzione di permessi “speciali” piu’ labili e difficilmente rinnovabili che hanno ridotto e resa piu’ precaria la platea dei beneficiari. Nel 2018 il numero di migranti ospitati nei centri di accoglienza e’ calato di circa 51 mila unita’ rispetto al 2017, arrivando a 135.800, e nel primo semestre 2019 e’ diminuito di altre 27 mila persone.Di queste 82.600 si trovano nei Cas e 26.200 – meno di un quarto – nei centri Siproimi. Il taglio dei fondi, inoltre, ha reso disoccupati migliaia di professionisti che lavoravano nei Cas per offrire assistenza e servizi ai migranti accolti. Ha anche indotto la diserzione dei bandi di affidamento prefettizi da parte di una serie di enti che non hanno ritenuto congruo il ridotto massimale economico rispetto al livello minimamente dignitoso di accoglienza da garantire. Infine, “nel confinare migliaia di richiedenti asilo in strutture prive di queste figure e senza possibilita’ di fruire di tali percorsi, destinandole a rimanerci per mesi e anni, le ha maggiormente esposte, in questo ozio forzato, al reclutamento della criminalita’ organizzata, che ancor piu’ agevolmente trova in questi centri la disponibilita’ di manodopera da sfruttare illegalmente” denuncia il rapporto Idos.

Lavoratori stranieri 9% Pil, piu’ rimesse che aiuti  – Nel 2018, i lavoratori immigrati hanno contribuito al 9% del Pil nazionale, un valore aggiunto per lo Stato di 139 miliardi di euro annui, e sono anche sensibilmente aumentate le rimesse inviate nei paesi di origine. Lo rivela la Fondazione Leone Moressa, i cui dati sono inseriti nel Dossier statistico immigrazione 2019. Tra il 2017 e il 2018, l’entita’ delle rimesse e’ cresciuta da circa 5 miliardi di euro a 6,2, un importo maggiormente superiore agli aiuti internazionali allo sviluppo del governo italiano. Nel 2018, in base ai calcoli della Fondazione Moressa, il saldo nazionale tra entrate versate dai lavoratori stranieri (tasse, contributi previdenziali, bolli per pratiche burocratiche) e uscite da parte dello Stato (servizi a loro destinati, tra cui sanita’ e istruzione, sussidi) e’ risultato positivo per l’Italia, di 200 mila euro nell’ipotesi minima e fino a 3 miliardi in quella massima. “Cosi’, all’inconcludente retorica dell'”aiutiamoli a casa loro” si puo’ rispondere, a ragion veduta, che in realta’ ad aiutarsi a casa loro ci pensano gia’, e molto piu’, loro stessi. A cio’ si aggiunge che ci aiutano anche a casa nostra”, evidenzia il rapporto.

Migranti: stranieri 8,7% popolazione, Italia terzo posto in Ue – In Italia nel 2018 la popolazione straniera e’ cresciuta del 2,2%, con 5,2 milioni di residenti, pari all’8,7% della popolazione, e da almeno 6 anni non e’ in espansione, sia come conseguenza del drastico calo degli arrivi via mare che della chiusura dei canali regolari di ingresso. Dal 2016 e’ praticamente statico il numero dei soli soggiornanti non comunitari, pari a 3.717.000 persone. Lo rivela il Dossier statistico immigrazione 2019, sottolineando che il dato italiano e’ in controtendenza con l’andamento mondiale delle migrazioni. Nel 2018 i flussi sono aumentati di oltre 14 milioni, per un totale di 272 milioni nel giugno 2019, un abitante ogni 30. Nel contesto dell’Unione europea, a inizio 2018 la popolazione straniera era di 39,9 milioni, il 7,8% dei 512 milioni di abitanti complessi. Per numero di stranieri residenti, l’Italia si colloca al terzo posto dietro Germania (9,7 milioni) e Regno Unito (6,3 milioni), davanti a Francia e Spagna (rispettivamente con 4,7 e 4,6 milioni). Invece l’incidenza dei residenti stranieri sulla popolazione complessiva in Italia e’ inferiore a quella registrata in altri paesi Ue, anche quelli piu’ piccoli. In Lussemburgo sono il 47,8%, in Austria il 15,7, il 12% in Belgio, in Germania l’11,7% e in Spagna il 9,8%. Meta’ degli stranieri residenti in Italia e’ di cittadinanza europea (50,2%), poco piu’ di un quinto e’ di origine africana (21,7%), gli asiatici coprono un altro quinto delle presenze (20,8%), mentre e’ americano (soprattutto latino-americano) 1 residente straniero ogni 14. I piu’ numerosi – piu’ dell’intera provenienza dall’Africa – sono i romeni, che con 1.207.000 residenti continuano a rappresentare la prima collettivita’ estera in Italia, precedendo di gran lunga i 441 mila albanesi, i 423 mila marocchini e, a maggiore distanza, i 300 mila cinesi e i 239 mila ucraini. All’aumento delle presenze straniere in Italia tra il 2017 e meta’ 2019 – 111 mila in piu’ circa – hanno contribuito i 65 mila bambini nati lo scorso anno da coppie straniere gia’ presenti nel paese, non da nuovi arrivati. In un contesto di calo costante del numero globale delle nascite – 439.700 lo scorso anno, livello piu’ basso dell’ultimo decennio – e’ diminuita anche la percentuale di nuovi nati da genitori stranieri, che sono soltanto il 14,9%, a riprova dell’inesorabile declino demografico dell’Italia. 

Calo sbarchi ma alto costo umano – In Italia tra il 2017 e il 2018 e’ crollato del 80% il numero di migranti sbarcati, passato da circa 119 mila due anni fa a 23.370 lo scorso anno. Un trend a ribasso proseguito anche nei primi mesi del 2019, con 7710 sbarchi registrati. Il dato italiano e’ 5 volte inferiore ai 39.000 migranti che nel frattempo sono giunti in Grecia e di circa 2,5 volte ai 19.000 approdati in Spagna. E’ quanto emerge dal Dossier statistico immigrazione 2019, a cura di Idos, presentato a Roma e in contemporanea con tutte le regioni e province autonome italiane, realizzato in partenariato con Confronti e col sostegno dei fondi Otto per mille della Chiesa Valdese. Nondimeno, il dossier afferma che con due decreti sicurezza convertiti in legge, quello tra il 2018 e il 2019 e’ stato un “annus horribilis per l’immigrazione”, che ha colpito sia gli immigrati gia’ presenti in Italia che quelli diretti verso il Paese. Questo anche perche’, sottolineano gli autori dello studio, “l’attenzione mediatica e la comunicazione politica hanno continuato a insistere sugli arrivi via mare dei richiedenti asilo, riproponendo – come da 40 anni a questa parte – la retorica dell’invasione”. Dal 2017 il drastico calo del numero di sbarchi in Italia e’ stato conseguito a danno dei migranti, afferma il Dossier, a cominciare dagli accordi stretti con la Libia, per proseguire con la riduzione dei salvataggi in mare, sulla scia di una campagna ostile nei confronti delle Ong. Il Dossier statistico immigrazione 2019 approfondisce le modalita’ con cui e’ stata bloccata la partenza dei migranti sull’altra sponda del Mediterraneo e il costo umano delle politiche migratorie attuate. Nel 2018 un elevato numero di migranti e’ stato fermato lungo la traversata dalla Guardia costiera libica – finanziata, addestrata e rifornita di mezzi da Italia e Unione europea – oppure riportato nei campi di detenzione libici o ancora sono morti annegati lungo la rotta del Mediterraneo centrale, la piu’ letale al mondo. Dal 2000 ad oggi, conferma lo studio Idos, i morti e dispersi accertati sono stati piu’ di 25 mila, il 50% di tutti quelli calcolati nelle rotte marittime a livello mondiale. 

Se nel 2017 il numero di morti in mare registrato dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e’ stato piu’ del doppio (oltre 2800) rispetto a quello del 2018, con piu’ di 1300 vittime lungo il tratto di mare italo-libico, e’ invece aumentato il rapporto morti-partenze, passato da 1 a 50 a 1 a 35 tra i migranti che hanno tentato la traversata. Una conseguenza diretta della riduzione dei salvataggi effettuati dalle navi umanitari, le cui capacita’ di intervento sono state ridotte sulla scia di “una insistente campagna di criminalizzazione, spesso basata su accuse giuridicamente inconsistenti”. Ai loro interventi erano ascrivibili, nel 2017, il 35% di tutti i salvataggi effettuati, oggi meno del 10% per effetto della politica dei “porti chiusi”, formalizzata nel secondo decreto sicurezza. Durante il precedente governo giallo-verde si sono registrati 20 casi mediatici di navi umanitarie alle quali e’ stato vietato l’attracco, bloccate in mare mediamente 10 giorni, ma con a bordo una quota di migranti minoritaria, a fronte delle migliaia che nel frattempo sono state lasciate approdare con i cosiddetti “barchini fantasma”. Il Dossier statistico immigrazione 2019 valuta la politica dei “porti chiusi” come una “tattica recriminatoria verso l’Unione europea”, grazie alla quale l’Italia ha evitato di accogliere solo 2 mila persone sbarcate in 10 occasioni a Malta e due volte in Spagna.

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