Ricorre oggi il 76simo anniversario dell’uccisione di Salvo D’Acquisto, vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria per essersi sacrificato nel 1943 per salvare un gruppo di civili durante un rastrellamento delle truppe naziste

Ricorre oggi il 76simo anniversario dell’uccisione di Salvo Rosario Antonio D’Acquisto, vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri, insignito di Medaglia d’oro al valor militare alla memoria per essersi sacrificato il 23 settembre 1943 per salvare un gruppo di civili durante un rastrellamento delle truppe naziste nel corso della seconda guerra mondiale. Salvo Rosario Antonio D’Acquisto nacque a Napoli, a Villa Alba, un edificio di quattro piani in via San Gennaro nel rione Antignano. Fu primogenito di cinque figli in una famiglia profondamente cristiana: il padre Salvatore, nativo di Palermo, e la madre Ines Marignetti, nativa di Napoli. Frequentò l’asilo presso l’Istituto Salesiano “Figlie di Maria Ausiliatrice” in via Enrico Alvino n° 19 nel quartiere Vomero, la Scuola Elementare “Luigi Vanvitelli” in via Luca Giordano n° 128, il Ginnasio presso l’Istituto Salesiano “Sacro Cuore” in via Alessandro Scarlatti n° 29 e il Liceo Classico “Giambattista Vico” in via Salvator Rosa n° 117. Nel 1934 lascia gli studi, pur frequentando per un periodo il Conservatorio di “San Pietro a Majella” in via San Pietro a Majella n° 35, cantando da baritono.

L’arruolamento nell’Arma dei Carabinieri Reali

Si arruolò giovanissimo nei Carabinieri come volontario il 15 agosto 1939, frequentando la Scuola allievi carabinieri di Roma, dipendente dalla 2ª Divisione “Podgora”, fino al 15 gennaio 1940. Venne inizialmente assegnato alla Compagnia Comando della Legione Carabinieri di Roma dipendente dalla 2ª Divisione Carabinieri “Podgora”. Quindi, dopo il giugno 1940, passò presso il Nucleo Carabinieri Fabbricazioni di Guerra del Sottosegretariato di Stato per le Fabbricazioni di Guerra (FabbriGuerra) in via Sallustiana n° 53. Con l’entrata in guerra dell’Italia si arruolò volontario per la Libia italiana nella Campagna del Nordafrica (1940-1943) del Teatro dell’Africa e del Medio Oriente ed il 28 ottobre 1940 venne mobilitato con la 608ª Sezione Carabinieri (polizia militare), inquadrata nella 13ª Divisione Aerea “Pegaso” di stanza a Bengasi, parte della Squadra Aerea “Aeronautica della Libia – Est” della Regia Aeronautica, partendo da Napoli il 15 novembre 1940 e sbarcando a Tripoli il 23 novembre 1940; la nave ebbe gravi problemi di navigazione. Dopo alcuni mesi trascorsi al fronte, alla fine di febbraio 1941 rimase ferito a una gamba durante uno scontro a fuoco con le truppe inglesi. Restò successivamente con il suo Reparto in zona d’operazioni fin quando venne ricoverato all’Ospedale Militare di Bengasi per una forte febbre malarica. Rientrò in Italia per una licenza di 3 mesi e poi fu aggregato dal 13 settembre 1942 alla Scuola Centrale Carabinieri Reali di Firenze, per frequentarvi il corso accelerato per la promozione a vicebrigadiere. Conseguito il 15 dicembre 1942 il grado di vicebrigadiere, il 19 dicembre fu destinato alla stazione carabinieri di Torrimpietra, all’epoca una borgata rurale extraurbana a una trentina di chilometri da Roma lungo la via Aurelia, oggi frazione del Comune di Fiumicino.

I rastrellamenti nazisti e la fucilazione

Dopo il Proclama Badoglio dell’8 settembre 1943 un reparto di paracadutisti tedeschi della 2. Fallschirmjäger-Division si era accasermato presso alcune vecchie postazioni precedentemente in uso alla Guardia di Finanza nelle vicinanze della località Torre Perla di Palidoro, che rientrava nella giurisdizione territoriale della stazione Carabinieri di Torrimpietra. Qui, nel tardo pomeriggio del 22 settembre 1943, alcuni di loro, mentre ispezionavano casse di munizioni abbandonate, furono investiti dall’esplosione di una bomba a mano o forse dall’incauto maneggio di ordigni usati per la pesca di frodo, a suo tempo sequestrati dai finanzieri. Due paracadutisti morirono e altri due rimasero feriti. Il comandante del reparto, un maresciallo, attribuì la responsabilità dell’accaduto ad anonimi attentatori locali e richiese la collaborazione dei Carabinieri della locale stazione, temporaneamente comandata dal vicebrigadiere Salvo D’Acquisto per l’assenza del maresciallo comandante: minacciarono la rappresaglia se entro l’alba non fossero stati trovati i colpevoli. La mattina seguente D’Acquisto, assunte alcune informazioni, provò a ribattere che l’accaduto era da considerarsi un caso fortuito, un incidente privo di autori, ma i tedeschi insistettero sulla loro versione e confermarono l’intenzione di dare corso ad una rappresaglia ai sensi di un’ordinanza emanata dal feldmaresciallo Albert Kesselring pochi giorni prima.

Il 23 settembre furono dunque eseguiti dei rastrellamenti e catturate 22 persone scelte a caso fra gli abitanti della zona.

Questi alcuni dei nomi:

  • Angelo Amadio (18 anni);
  • Armando Attili, detto Nando, muratore, padre di Attilio;
  • Attilio Attili, muratore, figlio di Armando;
  • Ennio Baldassarri (13 anni), il più giovane del gruppo, ma fatto scendere dal camion prima di andare al luogo dell’esecuzione;
  • Vittorio Bernardi, detto “Carnera”, fabbro e muratore, fu obbligato a scavare con le mani la fossa non essendoci pale a sufficienza per tutti;
  • Enrico Brioschi (36 anni), cameriere del Conte Nicolò Carandini;
  • Giuseppe Carinci (alcune fonti lo nominano Carigi) (circa 70enne), spazzino, tentò la fuga e fu ucciso prima della cattura;
  • Rinaldo De Marchi (30 anni), muratore;
  • Giuseppe Feltre, muratore;
  • Benvenuto Gaiatto (52 anni, di Torrimpietra), padre di 4 figli e il più anziano del gruppo;
  • Antonio Gianacco, muratore;
  • Oreste Mannocci, venditore ambulante di frutta di Santa Marinella;
  • Sergio Manzoni, venditore ambulante di frutta di Santa Marinella;
  • Vincenzo Meta (27 anni, di Maccarese), muratore, padre di 2 bimbi e da poco rientrato da Bologna dopo essere scappato dai tedeschi, ancora in uniforme militare;
  • Attilio Pitton, muratore, padre di 1 ragazzo;
  • Fortunato Rossin, muratore, fratello di Gedeone, padre di 2 bimbi;
  • Gedeone Rossin, muratore, fratello di Fortunato, scapolo;
  • Umberto Trevisol (35 anni), muratore, padre di 2 bimbi;
  • Michele Vuerick (39 anni), detto “Mastro Michele”, capomastro muratore;
  • Ernesto Zuccon, fornaio.

Lo stesso D’Acquisto fu forzatamente prelevato dalla caserma da parte di una squadra armata e fu condotto nella piazza principale di Palidoro, dove erano stati radunati gli ostaggi. Fu tenuto un sommario “interrogatorio” nel corso del quale tutti gli ostaggi si dichiararono ovviamente innocenti. Nella piazza venne anche condotto un altro abitante ritenuto un carabiniere, Angelo Amadio, che sarà l’ultimo testimone del sacrificio del brigadiere. Nuovamente richiesto di indicare i nomi dei responsabili, D’Acquisto ribadì che non ve ne potevano essere visto che l’esplosione era stata accidentale e che gli ostaggi e gli altri abitanti della zona erano dunque tutti quanti innocenti. Durante l’interrogatorio dei rastrellati D’Acquisto fu tenuto separato nella piazza, sotto stretta sorveglianza da parte dei soldati tedeschi e, “quantunque malmenato e a volta anche bastonato dai suoi guardiani, serbò un contegno calmo e dignitoso“, come ebbe a riferire in seguito Wanda Baglioni, una testimone oculare. Gli ostaggi e D’Acquisto vennero quindi trasferiti fuori dal paese. Agli ostaggi furono fornite delle vanghe e furono costretti a scavare una grande fossa comune nelle vicinanze della Torre di Palidoro, per la ormai prossima loro fucilazione. Le operazioni di scavo si protrassero per alcune ore; quando furono concluse fu chiaro che i tedeschi avrebbero davvero messo in atto la loro terribile minaccia.

Le testimonianze sulla morte

Secondo la testimonianza di Angelo Amadio:

«all’ultimo momento, però, contro ogni nostra aspettativa, fummo tutti rilasciati eccetto il vicebrigadiere D’Acquisto. … Ci eravamo già rassegnati al nostro destino, quando il sottufficiale parlamentò con un ufficiale tedesco a mezzo dell’interprete. Cosa disse il D’Acquisto all’ufficiale in parola non c’è dato di conoscere. Sta di fatto che dopo poco fummo tutti rilasciati: io fui l’ultimo ad allontanarmi da detta località.»

I tedeschi, infatti, credevano che Amadio fosse un carabiniere e, pertanto, inizialmente ritennero di trattenerlo per farlo assistere alla esecuzione. Evidentemente Salvo D’Acquisto si era autoaccusato del presunto attentato, addossandosi la sola responsabilità dell’accaduto e richiedendo l’immediata liberazione dei rastrellati. La tomba del vicebrigadiere Servo di Dio Salvo D’Acquisto, nella cappella laterale sinistra, nella Basilica di Santa Chiara (Napoli). I 22 prigionieri furono lasciati liberi e immediatamente si diedero alla fuga, lasciando il sottufficiale italiano già dentro alla fossa, dinanzi al plotone d’esecuzione. Alla fuga si unì immediatamente dopo Amadio, quando riuscì a dimostrare, presentando i suoi documenti, che in realtà era un operaio delle ferrovie e non un carabiniere. Come raccontò nella sua testimonianza resa nel 1957, fece in tempo però mentre correva a sentire il grido “Viva l’Italia” lanciato dal carabiniere, seguito subito dopo dalla scarica di un’arma automatica che portava a termine l’esecuzione. Si girò e vide un ulteriore colpo sparato da un graduato al corpo già riverso per terra. Vide i soldati ricoprire il corpo con il terriccio, spostandolo con i piedi. Il comportamento del militare aveva infatti colpito gli stessi tedeschi, che il giorno dopo, secondo quanto riferito nella testimonianza della Baglioni, le riferirono: “Il vostro Brigadiere è morto da eroe. Impassibile anche di fronte alla morte.

La sepoltura

Il suo corpo rimase sepolto lì per una decina di giorni, poi 2 donne della zona (Wanda Baglioni e Clara Lambertoni) lo disotterrarono e gli dettero degna sepoltura presso il Cimitero di Palidoro. Nel giugno 1947, nonostante la contrarietà dei 22 scampati alla strage e della popolazione di Palidoro, la madre ottenne di far traslare le spoglie di Salvo D’Acquisto nella sua città natale. La salma, giunta a Napoli l’8 giugno 1947, fu tenuta in una camera ardente presso la Caserma del Comando Regionale della Campania per poi essere tumulata il 10 giugno presso il Sacrario Militare di Posillipo. Il 22 ottobre 1986 le sue spoglie furono nuovamente traslate nella prima cappella sulla sinistra della Basilica di Santa Chiara di Napoli, dopo essere state onorate in una camera ardente allestita presso la Caserma del Comando Provinciale di Napoli.

La canonizzazione

13 dei 22 superstiti, pochi giorni dopo il sacrificio di Salvo D’Acquisto, qui ripresi dinanzi al Castello di Torre In Pietra. Nel 1983 fu annunciato da S.E. Mons. Gaetano Bonicelli l’apertura presso l’Ordinariato militare di una causa di canonizzazione e conseguentemente al sottufficiale attualmente è assegnato dalla Chiesa il titolo di Servo di Dio. L’apertura del processo canonico di beatificazione di Salvo D’Acquisto avvenne il 4 novembre 1983 e si concluse il 25 novembre 1991 con la conseguente trasmissione degli atti alla Congregazione delle Cause dei Santi. Il 15 ottobre 1987 padre Gaudenzio Dell’Aja fu nominato dal cardinale Corrado Ursiarcivescovo di Napoli, delegato arcivescovile del Tribunale Ecclesiastico per la ricognizione canonica dei resti mortali di Salvo D’Acquisto, che fu effettuata il 18 ottobre 1987. Alla stessa congregazione venne consegnato nel 1996 un supplemento di inchiesta voluto dal nuovo postulatore. Il postulatore iniziale però aveva incominciato la causa di beatificazione per ottenere il riconoscimento dell'”eroismo delle virtù“, mentre il postulatore successivo richiese il riconoscimento dell'”eroica testimonianza della carità“, definizione applicabile per i martiri. Nel 2007 però un voto a maggioranza espresso in un convegno della Congregazione delle Cause dei Santi ha portato a una sospensione del riconoscimento di martire. La figura del militare fu comunque ricordata dal papa Giovanni Paolo II, che in un discorso ai Carabinieri del 26 febbraio 2001 ebbe a dire:
«La storia dell’Arma dei Carabinieri dimostra che si può raggiungere la vetta della santità nell’adempimento fedele e generoso dei doveri del proprio stato. Penso, qui, al vostro collega, il vice-brigadiere Salvo D’Acquisto, medaglia d’oro al valore militare, del quale è in corso la causa di beatificazione.»
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