Lavoro: Istat, nel secondo trimestre dell’anno un dipendente su 5 e’ part time

 Nel secondo trimestre dell’anno i lavoratori part time sono 4 milioni 483 mila e costituiscono il 19% del totale degli occupati, ovvero quasi uno su 5. Le donne rappresentano il 73,4% dei lavoratori a tempo parziale. Lo rileva l’Istat nel report sul ‘Mercato del lavoro nel II trimestre’, in cui dedica un focus all’orario a tempo ridotto. L’aumento tendenziale dell’occupazione nell’ultimo trimestre e’ stato sostenuto interamente dal part time, cresciuto in un anno di 83 mila unita’ (+1,9%) a fronte della stabilita’ del tempo pieno. Analizzando la dinamica di lungo periodo, in diverse fasi del ciclo economico, sottolinea l’Istat, “il part time ha rivestito un ruolo di sostegno dell’occupazione”. La crescita del lavoro a orario ridotto inizia dagli anni ’90 quando, a seguito della crisi che aveva caratterizzato l’inizio del decennio, e’ stata la prima forma di lavoro ad aumentare. Il contributo alla crescita dell’occupazione e’ poi progressivamente aumentato per tutto il decennio con un’accelerazione nel periodo 1998-2000. Dopo un quinquennio di espansione del tempo pieno in cui il ruolo del part time risulta ridimensionato, questo riprende gradualmente importanza nel 2006 e diviene decisivo negli anni che precedono l’avvio della crisi economica, il 2007 e soprattutto il 2008 quando l’occupazione in aumento era sostanzialmente tutta a orario ridotto e il tempo pieno iniziava una fase di stagnazione che ha preceduto il crollo degli anni successivi. Dopo una lieve diminuzione nel 2009, il lavoro a tempo parziale e’ cresciuto senza soluzione di continuita’ fino al terzo trimestre 2017, contenendo il calo dell’occupazione durante la crisi e trainando la crescita del 2014, quando il tempo pieno era ancora in diminuzione. 

Il contributo del part time all’aumento dell’occupazione si e’ di fatto azzerato tra la fine del 2017 e il 2018 – ricorda ancora l’Istat – quando la crescita e’ stata trainata dal tempo pieno. Il lavoro a tempo parziale ha ripreso forza negli ultimi tre trimestri tornando ad essere l’unica componente in aumento nel secondo trimestre 2019. La crescita di oltre un milione di occupati part time dal periodo pre-crisi (+31,2% tra il secondo trimestre 2008 e il secondo 2019) e’ tuttavia dovuta soltanto al part time di tipo involontario – svolto in mancanza di occasioni di lavoro a tempo pieno – a fronte della diminuzione di quello volontario (rispettivamente +1 milione 517 mila e -451 mila,); nel periodo l’incidenza del part time involontario sul totale dei lavoratori a tempo parziale e’ salita dal 41% al 65%. Un fattore che ha contribuito alla crescita del lavoro a orario ridotto e’ la progressiva terziarizzazione del mercato del lavoro, in particolare nei comparti dove il part time e’ piu’ diffuso, a cui si associa la diminuzione nei settori dove il lavoro a tempo parziale e’ meno presente: nel secondo trimestre 2019 l’incidenza del tempo parziale oscilla da un minimo del 7,5% nelle costruzioni (-619 mila occupati in confronto al secondo trimestre 2008) a un massimo del 57% nei servizi alle famiglie (+332 mila occupati) e del 35% di alberghi e ristorazione (+311 mila occupati). Rispetto al 2008 si puo’ stimare che circa un terzo dell’aumento del lavoro a orario ridotto sia dovuto al cambiamento della struttura dell’occupazione per settore di attivita’ economica. Anche l’andamento per professioni, legato a quello settoriale, ha portato un aumento di quelle svolte nelle attivita’ commerciali e non qualificate (+774 mila e +479 mila occupati, rispettivamente) dove il part time e’ piu’ diffuso (30,3% e 36,9%) e la diminuzione delle professioni operaie e qualificate (-991 mila e -165 mila) per le quali il lavoro a tempo parziale rimane meno diffuso (7,7% e 13,3%). In definitiva – conclude l’Istat nella sua analisi – piu’ fattori concorrono a spiegare il forte aumento del part time negli anni: dal lato dell’offerta la maggiore presenza delle donne che, in alcuni casi, utilizzano questa forma di impiego per conciliare gli impegni lavorativi con quelli familiari, da quello della domanda come strumento da parte delle imprese per fronteggiare il ciclo economico sfavorevole, nonche’ la ricomposizione verso il terziario – soprattutto nei comparti a basso valore aggiunto – e verso le professioni dei servizi e non qualificate. 

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