Addio a Michael Collins, “il terzo uomo” dell’Apollo 11
Sembra quasi che di quella prima missione sulla Luna non abbia mai fatto parte: del resto, anche Buzz Aldrin rischia di essere quasi dimenticato dalle enciclopedie, eterno secondo dopo quel “piccolo passo” di Neil Amstrong che lo ha di fatto calpestato nella memoria collettiva. Eppure, se qualcosa sulla superficie fosse andato storto, Michael Collins, pilota del modulo di comando, nato a Roma e unico aviatore in una famiglia di ufficiali dell’esercito (“per evitare qualunque nepotismo”, spiegò), sarebbe stato il solo a fare ritorno sulla Terra – “sarei rimasto un uomo segnato”, molto peggio che finire nell’oblio. Una prospettiva che lo terrorizzava, tanto più che data la natura della missione era tutt’altro che remota: ad esempio, nessuno aveva mai provato prima quanto effettivamente fosse performante il propulsore del modulo lunare una volta riacceso per il decollo; se avesse funzionato male raggiungendo un’orbita troppo bassa, o non funzionato affatto, Collins non avrebbe potuto fare assolutamente nulla per riprendere i propri compagni e sarebbe stato costretto a tornare a casa da solo. Di fatto, dalle simulazioni erano sorti diciotto scenari diversi – cento pagine di manuale, scritte dallo stesso Collins a beneficio dei suoi futuri colleghi – su che cosa sarebbe potuto accadere una volta terminata la missione sulla superficie: per fortuna andò tutto senza intoppi e Collins, “il terzo uomo”, poté dedicarsi tranquillamente a pensare a che cosa fare “dopo” essere entrato, anche se quasi in incognito (e per un caso fortuito: un problema alla schiena lo costrinse a rinunciare ad Apollo 8, cui era destinato originariamente), nella Storia. In base all’informale sistema di rotazione della Nasa, Collins avrebbe potuto ritrovarsi a comandare una missione verso la fase finale del programma (probabilmente Apollo 17, che risultò l’ultima), ma l’agenzia spaziale non aveva intenzione di mettere a rischio in futuro la vita dei propri tre eroi e li convinse a dedicarsi prima ad un interminabile tour mondiale di pubbliche relazioni e poi, se avessero voluto, a un comodo e soprattutto sicuro incarico di scrivania. Con Collins non dovette faticare troppo: non aveva nessuna voglia di ricominciare dal gradino più basso, altri mesi e anni di addestramento e simulazioni lontano dalla famiglia prima di poter mettere piede anche lui sulla Luna – in fondo, dopo Apollo 11 non c’era molto altro da poter fare nel settore, almeno non con lo stesso entusiasmo. Collins accettò dunque un incarico nell’Amministrazione Nixon e finì poi a dirigere, appropriatamente, lo Smithsonian Museum dell’aeronautica e dello spazio. Soprattutto, come molti suoi ex colleghi si lanciò in una doppia crociata in difesa dell’esplorazione spaziale, scrivendo anche un libro su una ipotetica missione su Marte (“Ne valeva la pena? Certamente sì almeno per me, anche se la mia opinione come testimone della spesa di 25 miliardi di dollari dei contribuenti è parziale”, scrisse nella sua autobiografia a proposito del programma Apollo) e della conservazione del pianeta: vista dall’orbita, la Terra gli apparve soprattutto “fragile”. Non a caso, nella sua autobiografia cita una poesia di T. S. Eliot: “non desisteremo dall’esplorare, e la meta di tutte le nostre esplorazioni sarà ritornare nel luogo da cui siamo partiti, e conoscerlo per la prima volta”.
