I nuovi poveri in Italia crescono di 14 punti percentuali a causa della pandemia, a soffrire di più famiglie con minori, donne e giovani
Il tasso dei cosiddetti “nuovi poveri”, causa anche la pandemia, aumenta in Italia nel corso dell’ultimo anno di ben 14 punti percentuali. Lo fotografa la Caritas italiana in un suo rapporto, pubblicato in occasione della Giornata mondiale di contrasto alla povertà. Il rapporto parla di “gravi effetti economici e sociali dell`attuale crisi sanitaria legata alla pandemia da Covid-19”, testiminiata, nel secondo trimestre del 2020, da una marcata flessione del Pil; dall`occupazione che registra un calo di 841mila occupati rispetto al 2019; mentre diminuisce il tasso di disoccupazione a favore però di una vistosa impennata degli inattivi, cioè delle sempre più numerose persone che smettono di cercare lavoro. “Sembra dunque profilarsi – argomenta l’organismo caritativo della Chiesa italiana – il tempo di una grave recessione economica che diventa terreno fertile per la nascita di nuove forme di povertà, proprio come avvenuto dopo la crisi del 2008”. E i dati dei centri di ascolto Caritas vanno proprio in questa direzione. Analizzando il periodo maggio-settembre del 2019 e confrontandolo con lo stesso periodo del 2020 emerge infatti che da un anno all`altro l`incidenza dei “nuovi poveri” passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani che risultano in maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa; cala di contro la grave marginalità. “A fare la differenza, tuttavia, rispetto allo shock economico del 2008 è il punto dal quale si parte: nell`Italia del pre-pandemia (2019) – si legge nel Rapporto – il numero di poveri assoluti è più che doppio rispetto al 2007, alla vigilia del crollo di Lehman Brothers”. I dati raccolti dalla Caritas grazie ai suoi centri di aiuti sparsi in tutta Italia, testimoniano due grandi fasi attraversate finora, che corrispondono in parte ai diversi step di avvio delle misure e dei provvedimenti governativi: la prima, della “dura emergenza” coincidente con il blocco totale delle attività e con i 69 giorni nei quali gli italiani sono rimasti a casa, durante la quale si è pagato il prezzo più alto in termini di vite umane, sul fronte dei contagi e dell`impatto economico; la seconda, vissuta nei mesi estivi, nella quale si è avviata una lenta ripartenza, dai contorni e confini incerti.
Entrando nello specifico delle attività, la prima cosa da evidenziare, mette in rilievo il Rapporto Caritas, è la riapertura dei centri di ascolto “in presenza”, per lo più su appuntamento o ad accesso libero; un ascolto di prossimità che va tuttavia in parallelo con i servizi telefonici e on line ancora molto diffusi. Da sottolineare poi tutta l’attività sul fronte dell`accompagnamento e orientamento rispetto alle misure previste dal Decreto “Cura Italia” e “Decreto Rilancio”; azioni di orientamento che hanno permesso a numerose persone e famiglie in difficoltà di poter accedere ai sostegni pubblici (l`83% delle diocesi ha svolto questa specifica attività). “C`è infine il tema del lavoro, in particolare quello della sofferenza sperimentata da tanti piccoli commercianti e lavoratori autonomi: rispetto a questo fronte le Caritas diocesane – si afferma – hanno erogato sostegni economici specifici, in ben 136 diocesi sono stati attivati fondi dedicati, utili a sostenere le spese più urgenti (affitto degli immobili, rate del mutuo, utenze, acquisti utili alla ripartenza dell`attività, ecc.). Complessivamente sono stati 2.073 i piccoli commercianti o lavoratori autonomi accompagnati in questo tempo”. Caritas Italiana ha anche esaminato il funzionamento delle misure emergenziali disposte dal Governo in particolare di quelle volte a sostenere i redditi di famiglie e lavoratori, anche per individuare i difetti e le criticità da evitare in futuro. Da una rilevazione ad hoc condotta su un campione di 756 nuclei beneficiari dei servizi Caritas nei mesi di giugno-luglio 2020, il REM è risultata la misura più richiesta (26,3%) ma con un tasso di accettazione delle domande più basso (30,2%) rispetto alla indennità per lavoratori domestici (61,9%), al bonus per i lavoratori stagionali (58,3%) e al bonus per i lavoratori flessibili (53,8%).
Il REM è stato fruito prevalentemente da nuclei composti da adulti over 50, soprattutto single e monogenitori con figli maggiorenni, con un reddito fino a 800 euro e bassi tassi di attività lavorativa. Si tratta di un profilo del tutto sovrapponibile a quello di coloro che percepiscono il Reddito di cittadinanza (32,5%) all`interno dello stesso campione intervistato: nuclei a reddito molto basso (49,7%), single (45,3%) e coppie senza figli (43,7%), prevalentemente anziani (42,2%). Questo dice che tra le due misure, rispetto alle caratteristiche dei beneficiari, vi sia sovrapposizione piuttosto che compensazione. Inoltre coloro che hanno ricevuto dalle Caritas servizi di orientamento hanno fatto domanda per il REM tre volte di più rispetto a chi non ha ricevuto tale supporto dalle Caritas e hanno accresciuto di un sesto la possibilità di ottenerlo effettivamente. Orientamento e supporto fanno la differenza, in genere, soprattutto in situazioni di emergenza. Ecco perché nella indagine sulle misure di emergenza, nella metà dei casi (50,1%) i servizi e gli operatori Caritas sono stati identificati come la principale forma di aiuto e sostegno, sia concreto che psicologico durante l`emergenza Covid. “Quello che il Covid-19 ha messo in evidenza – conclude la Caritas nel suo Rapporto – è il carattere mutevole della povertà e stiamo ora entrando in una nuova fase nel nostro Paese”.
