Scoperte basi genetiche comuni tra pipistrelli e delfini

 I pipistrelli e i delfini, cosi’ come le orche, hanno un cosa in comune pur appartenendo a specie molto lontane fra loro. In realta’ ne hanno 18, come il numero delle mutazioni genetiche coinvolte nello sviluppo del ganglio cocleare, quel gruppo di nervi che trasmettono il suono dall’orecchio al cervello che consente agli animali di utilizzare l’ecolocalizzazione per cacciare le prede. A individuarle, dimostrando che sono mutazioni acquisite in modo indipendente, e’ stato uno studio della Stanford University, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.  I ricercatori hanno quindi trovato cambiamenti genetici comuni che aiutano i pipistrelli a muoversi agevolmente al buio e catturare insetti e ai delfini e le orche di cacciare le prede anche in acque torbide. Sorprendentemente, queste specie molto diverse hanno evoluto la loro capacita’ unica di usare le onde sonore per spostarsi e identificare ostacoli e gustosi bocconcini, siano essi zanzare o pesciolini, in parte acquisendo mutazioni identiche nei loro genomi, mutazioni non condivise da altre specie piu’ vicine a loro come le megattere, che setacciano pazientemente l’oceano per il krill, o pipistrelli della frutta, che cercano snack fissi e profumati. I risultati di questo studio vanno a inserirsi in un annoso dibattito tra biologi sul fatto che i pipistrelli e i cetacei che utilizzano l’ecololocalizzazione abbiano subito indipendentemente cambiamenti genomici simili per raggiungere alla fine lo stesso obiettivo. Non solo. Secondo i ricercatori, lo studio potrebbe avere implicazioni anche per gli esseri umani, contribuendo alla comprensione delle basi molecolari di diversi disturbi, come la sordita’, le lesioni cutanee causate da colesterolo alto e il mal di montagna. 

“Non e’ solo strabiliante vedere come queste specie molto diverse hanno scavato le proprie nicchie evolutive acquisendo in modo indipendente cambiamenti genetici simili, ma e’ utile per la nostra comprensione della nostra fisiologia e sviluppo”, dice Gill Bejerano, autore principale dello studio. “I biologi dello sviluppo si sono a lungo domandati se, al livello piu’ elementare, qualcosa che sia lo stesso all’esterno – come le specie che usano l’ecolocalizzazione – siano lo stesso dentro. Cioe’, acquisiscono – continua – questi tratti attraverso cambiamenti molecolari simili? Ora sappiamo non solo che, almeno alcune volte, questo e’ vero ma anche che molti di questi cambiamenti avvengono nella regione codificante del genoma. E’ affascinante”. Per riuscire in questa impresa, i ricercatori della Stanford hanno nesso a punto un metodo che consente setacciare intere sequenze di genomi e portare alla luce i cambiamenti genetici condivisi da animali con abilita’ o tratti insoliti. Poi hanno usato la tecnica per identificare i geni coinvolti non solo nell’ecolocalizzazione, ma anche in altri elementi essenziali per lo sviluppo della pelle specializzata di mammiferi acquatici come lamantini e orche, o per l’aumento della capacita’ polmonare e della resistenza fisica in animali che vivono ad alta quota come le pika e gli alpaca. Queste tecnologia, secondo i ricercatori, aprira’ innumerevoli porte ai biologi che cercano di identificare le basi genetiche di altri tratti adattativi.

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