‘Selfie’, in sala il docufilm di Agostino Ferrente sugli adolescenti a Napoli

Lo smartphone per catturare la loro vita ma anche per specchiarsi e guardare la realta’ che li circonda. Un telefonino retto dalle loro mani, ma ‘guidato’ dall’esterno per documentare, oltre lo stereotipo, una realta’ che la cronaca ha gia’ consegnato come solo di camorra e degrado. Esce in diverse sale italiane il 30 maggio, ma con una anteprima a Napoli domani al cinema Modernissimo, una delle rivelazioni della Berlinale 2019 (dove era nella sezione Panorama), ‘Selfie’, terzo docufilm firmato da Agostino Ferrente. Dopo gli apprezzamenti di Variety (“originale e coinvolgente”) e de The Holliywood reporter (“unico pur affrontando due temi molto sfruttati”), ‘Selfie’ porta al pubblico italiano la storia di Ale e Pietro, ma anche i contorni di quella di Davide Bifolco, loro coetaneo ucciso nel 2014 da un carabiniere dopo un inseguimento dello scooter su cui viaggiava con altre due persone, mezzo che non si era fermato a un posto di controllo attivo durante la ricerca di un latitante. I due 16enni protagonisti della pellicola di 76 minuti girata nel 2017 vivono come Davide nel rione Traiano, da tempo al centro di fibrillazioni dei clan, zona di piazze di spaccio e di agguati. I due sono adolescenti ‘normali’, con la loro acne, le loro magliette nere, i baffetti e i capelli con tagli alla moda, ma anche i chili di troppo. I due sono amici inseparabili. Alessandro ha trovato un lavoro da cameriere in un bar mentre Pietro, che ha studiato per diventarlo, cerca un posto da barbiere. Ferrente incontra per caso Alessandro, seduto al bar dove lui lavora per parlare con il padre di Davide Bifolco, di cui voleva in principio raccontare la storia.

“Dopo ‘L’Orchestra di Piazza Vittorio’ e ‘Le cose belle’, avevo giurato di non realizzare piu’ documentari – spiega Ferrente, nelle note di regia – avevo sofferto troppo entrando nelle vite delle persone coinvolte. Non so fare documentari diversamente, ho bisogno di immergermi a fondo nella realta’ che voglio raccontare, fino a diventarne parte. Non so realizzare documentari d’osservazione, raccontare in maniera neutra. No: io sprofondo nella realta’ di cui mi innamoro e non voglio piu’ raccontarla, voglio modificarla, ripararla. Ma poi venni a conoscenza della storia di Davide. Se ne era parlato molto tra giornali e talk show e mi aveva colpito la facilita’ con cui un ragazzino colpevole solo di avere l’eta’ sbagliata nel momento e nel posto sbagliati, per molti era diventato il colpevole e non la vittima: a poche ore dalla notizia il tritacarne del pregiudizio sociale aveva gia’ sentenziato che si trattava di un potenziale delinquente e che quindi, in fondo, era solo ‘uno in meno'”. Prima Ale e poi Piero accettano la proposta del regista di riprendersi con un iPhone e un’asta da selfie, restando sempre inquadrati, raccontando cosi’ la loro quotidianita’. Ne esce una Napoli e una gioventu’ napoletana solo parzialmente coincidente con quello che raccontano le cronache o Gomorra-La serie. Certo, i ragazzi del rione sanno distinguere le armi, e c’e’ persino la ragazzina che accetterebbe, purche’ innamorata, un destino che la porti a mettersi in fila davanti al carcere di Poggioreale per colloquiare con il suo fidanzato; ma ci sono anche le gite nel centro di Napoli, al mare, il murales dedicato a Davide Bifolco, l’amicizia fraterna di due adolescenti che hanno lasciato presto la scuola e cercano di aiutare le loro famiglie. Alle scene filmate dai due protagonisti e pazientemente scelte da Ferrente, si intersecano immagini tratte da sistemi di videosorveglianza della zona, glaciali nel loro bianco e nero e nella loro fissita’. Il montaggio complesso e’ affidato a Letizia Caudullo e Chiara Russo, mentre la musica di Andrea Pesce e Cristiano Defabriitis sottolinea le scene. Il film, coproduzione franco-italiana, e’ stato prodotto da Magneto in coproduzione con Arte France, Casa delle Visioni e Rai Cinema, e viene distribuito in Italia da Istituto Luce Cinecitta’.

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