il 13 febbraio del 2002 dalle macerie di Stream e Telepiù nasceva Sky, destinato a diventare il monopolista assoluto della pay tv e dei diritti sportivi

Di Mauro Mantegazza  –  Il 13 febbraio del 2002 la Vivendi Universal e la News Corporation di Rupert Murdoch raggiunsero un accordo per la fusione delle reti satellitari italiane Stream e Telepiù. A marzo dello stesso anno  la Commissione Europea autorizzò la fusione dalla quale nacque Sky Italia Srl. La nuova Tv potè operare via satellite rinunciando alle frequenze Tv analogiche e in Digitale terrestre fino al 21 dicembre 2011, come vincolo posto dalla Commissione (il cosiddetto “Lodo Monti“).

Dopo una guerra dissanguante tra i due principali operatori satellitari, nasceva così il monopolio sul mercato della televisione a pagamento via satellite in Italia nelle mani di Sky che prenderà sempre più piede soprattutto grazie ai diritti sportivi del calcio che, pur affiancando il cinema,  rappresenteranno il core business principale per l’operatore. Questo monopolio viene poi affrontato a gennaio del 2005 con la nascita di Mediaset Premium, ma in modo indiretto, cioè non attraverso il satellite ma sulle frequenze dell’etere, prima in analogico e poi con il digitale terrestre. I sevizi di pay-per-view inaugurati furono: Mediaset Premium 1, Mediaset Premium 2, Mediaset Premium 3, Mediaset Premium 4. In seguito si sono anche aggiunti Mediaset Premium 5, Mediaset Premium 6 e Mediaset Premium 7

Dal 2005 al 2018 si è dato vita, dunque, ad un altro lungo periodo di “guerra” a colpi di diritti per i propri canali, una guerra che ha visto un ulteriore forte dispendio di risorse da parte dei due operatori causando forti sofferenze a colpi di offerte; poi l’epilogo: la dismissione di Premium da parte di Mediaset per puntare su altri mercati, in particolare la radio (con la costituzione di RadioMediaset conseguente all’acquisto di emittenti del calibro di Radio Monte Carlo e Radio Subasio da affiancare a Radio105, Virgin Radio), e la tv free sul digitale terrestre con l’acquisto di importanti posizioni LCN da affiancare alle emittenti in portafoglio (tra cui spicca il n. 20, ed  il recente 66). La questione è stata, però, molto travagliata perchè il progetto di vendita era nato con l’accordo con il gruppo Vivendi che avrebbe dovuto acquisire l’intero pacchetto, questione che è poi finita in Tribunale a causa di un ‘dietrofront’ improvviso e assolutamente non gradito dall’impero di Cologno Monzese. Una sorta di “tradimento” pericoloso per Mediaset che, nel frattempo, si era dissanguata con l’acquisto dei diritti della Champions League dal 2015 al 2018 proprio in vista della vendita di un prodotto da rendere più appetibile agli occhi del colosso francese. La questione è ancora pendente per quanto riguarda gli accordi non rispettati, mentre la dismissione di Premium, intanto, è avvenuta con l’ingresso nell’affare da parte di Sky che ha rilevato da Mediaset parte dell’asset tecnologico stipulando anche un accordo per il reciproco scambio dei canali sulle rispettive piattaforme, sat e dtt.

Oggi, la pay tv via satellite è dominata, quindi ,da Sky, monopolista assoluto, che ha divorato nell’ultima asta per i diritti sportivi sul calcio di Serie A per gli anni 2018/2021 anche se non in toto, visto il timido ingresso di DAZn (gruppo Perform). Nello specifico, Sky si è aggiudicata i primi due pacchetti di diritti per complessive 266 partite annue con una offerta da 780 milioni di euro medi annui per 3 anni mentre Perform ha messo sul piatto 193 milioni annui per l’ultimo pacchetto, quello da 114 match. Trattative sono state poi avviate tra Sky e Perform per la ritrasmissione dei match di Serie A per far in modo che Sky potesse fornire un pacchetto unico ai propri abbonati. Risultato?

Sky è divenuto monopolista assoluto facendo pagare al mercato altissimi costi:

1) aumento del prezzo degli abbonamenti;

2) diminuzione della qualità dei servizi (sia sul fronte tecnologico con notevoli problemi rilevati soprattutto a inizio campionato, sia su quello del customer care, stando  alle tante segnalazioni e lamentele giunte dall’utenza);

3) aumento della “pirateria” televisiva con l’esplosione del cosiddetto “pezzotto”, il sistema che permette di decriptare tutto, che si è diffuso in molte regioni italiane con picchi nella regione Campania (da sempre patria di questo mercato nero parallelo), considerati i “prezzi” sicuramente molto più convenienti.

E’ ormai noto che la tv a pagamento in Italia, indipendentemente dalla piattaforma tecnologica utilizzata, è stata e resta proficua solo grazie allo sport, in particolare al calcio. La stessa Lega Calcio, in una recente dichiarazione, ha reso noto come l’70% degli introiti provengano proprio dai diritti televisivi; una fetta assolutamente rilevante. La piaga di fondo per il nostro Paese resta un sistema pluralistico mai sviluppato per inerzia delle istituzioni legata ai troppi conflitti di interesse che hanno “ingessato” il mercato rendendolo schiavo di pochi grossi soggetti, prima nazionali e poi internazionali, individuabili in Rai, Mediaset, Discovery Italia, Comcast e Sky Italia. Questi, da soli, hanno la quasi totalità del controllo sul mercato dei canali tv e della pubblicità. Finchè non si abbattono le lobbies e si decida di sostenere concretamente la televisione indipendente, quella fatta di centinaia di editori (c.d. “minori” per conseguenza) sia nazionali che soprattutto locali, non ci sarà mai un mercato libero, concorrenziale, pluralistico che assicuri servizi migliori e garantisca in pieno il pluralismo anche nell’informazione.

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