Gastone Domenico Moschin avrebbe oggi compiuto 92 anni. Attore, figlio di Giuseppe e di Amalia Baschera, all’età di sette anni lasciò la provincia di Verona per Milano, dove il padre s’era trasferito per lavoro. I Moschin rientrarono a San Giovanni Lupatoto durante la guerra, per poi tornare a Milano, dove Gastone si sarebbe diplomato geometra e avrebbe iniziato a lavorare in banca. Ma la passione per il teatro lo spinse a Roma, per frequentare l’Accademia d’arte drammatica, dove si diplomò nel 1955. Nel 1960 sposò la collega Marzia Ubaldi, da cui nel 1963 ebbe l’unica figlia, Emanuela, a sua volta attrice per un periodo; dalla Ubaldi si separò quando la bambina aveva 7 anni e negli anni Settanta convisse con Christine Loulier, nobildonna francese. Alla fine degli anni Ottanta ci fu il riavvicinamento con l’ex-moglie, quando per iniziativa della figlia, neo-diplomata all’Accademia, recitarono insieme alcune stagioni, tutti e tre. Fino al 1993, quando portarono in scena Tredici a tavola di Marc-Gilbert Sauvajon: in quella tournée lui fu colpito da un infarto e venne sostituito da Gianfranco D’Angelo. Dal 1990 Moschin s’era trasferito a Capitone, vicino a Narni, dove aveva avviato anche un maneggio di cavalli, divenuto il primo centro di ippoterapia dell’Umbria. Nel 2003 lui, la figlia e l’ex-moglie fondarono a Terni la scuola di recitazione “MUMOS” (il nome Mumos deriva dalle iniziali di Marzia Ubaldi Moschin), della quale furono docenti tutti e tre. Un’esperienza che durò un decennio, fino alla primavera 2013. Gastone Moschin è morto il 4 settembre 2017 all’ospedale Santa Maria di Terni, dove era ricoverato dal 30 agosto, ed era da tempo sotto osservazione per una grave cardiopatia cronica.
Nel 1955, appena diplomatosi all’Accademia, intraprese la carriera teatrale debuttando in Ivanov di Čechov, diretto da Mario Ferrero per la Compagnia del Teatro Stabile di Genova, della quale entrò a far parte, rimanendovi fino al 1958, quando passò al Piccolo Teatro di Milano. Vi restò alcuni anni, partecipando ad alcuni degli spettacoli epocali diretti da Giorgio Strehler. Ha poi collaborato con il Teatro Stabile di Torino (Zio Vanja, di Čechov, 1977; I giganti della montagna, di Pirandello, 1979). Nel 1968 ha interpretato il ruolo di Lopachin ne Il giardino dei ciliegi di Čechov, di nuovo sotto la direzione di Mario Ferrero. All’inizio degli anni Ottanta diede vita a una propria compagnia come capocomico, la “Compagnia Teatro d’ Arte”, interpretando spettacoli prodotti da impresari quali Mario Chiocchio e Massimo Chiesa. Pur avendo fatto oltre cento film, e preso parte a decine di produzioni televisive, non ha mai abbandonato il palcoscenico: è stato attivo in teatro per quasi quarant’anni, e ha lavorato con i maggiori registi italiani del Novecento, da Squarzina a Strehler, da Missiroli a Calenda, a fianco di generazioni di grandi attori e attrici, spaziando in tutti i generi, dalla commedia alla tragedia, dai classici ai contemporanei. A riprova del suo profondo amore per il palcoscenico un episodio di inizio 1991, qualche settimana prima dell’uscita italiana di Il padrino – Parte III: intervistato da un giornalista durante le repliche del Gabbiano, confidò che il regista Francis Ford Coppola gli aveva chiesto di recitare anche nel nuovo film della saga, ma di aver declinato la proposta per non fermare la compagnia teatrale: « Coppola mi aveva cercato, ma ero in tournée: non si può rinunciare a sei mesi di teatro per dieci pose in un film, a parte il piacere di lavorare insieme a un uomo come lui. » Costretto a ritirarsi dalla scene teatrali nel 1993 per ragioni di salute, girò qualche film e serie tv ambientate in Umbria, firmando l’ultima fatica teatrale nel 2006, quando – per il gruppo amatoriale “Orion Theatre” di Terni, con cui collaborava da qualche anno – curò la messa in scena di Piccola Città di Thornton Wilder, spettacolo poi inserito dallo Stabile dell’Umbria nella stagione di prosa 2006-2007 dei teatri di Narni (TR) e Todi (PG).
Attore poliedrico e capace, incomincia la sua attività cinematografica nel 1955 con La rivale, di Anton Giulio Majano. A partire da quello stesso periodo è stato attivo, seppur in maniera saltuaria, anche come doppiatore: per il cinema ha prestato la propria voce a Livio Lorenzon in Il vedovo di Dino Risi e ne La grande guerra di Mario Monicelli ed infine a Morando Morandini in Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci. Nel 1959 esordisce nella commedia all’italiana con Audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy, ma il ruolo che lo farà emergere sarà quello del fascista codardo Carmine Passante nel film Gli anni ruggenti (1962) di Luigi Zampa. Di lì in avanti Moschin si dimostrerà una presenza assidua nelle commedie dell’Italia alternando ruoli da protagonista a ruoli da spalla di lusso. Nel 1963 è un quarantenne deluso in La rimpatriata di Damiano Damiani e un camionista innamorato in La visita di Antonio Pietrangeli, nel 1965 centra un grande successo commerciale[13] e personale con il ruolo di Adolf nella commedia d’azione di Marco Vicario 7 uomini d’oro, film di culto che generò un sequel diretto dallo stesso regista (Il grande colpo dei 7 uomini d’oro) e un paio di imitazioni/variazioni (Sette volte sette, Stanza 17-17 palazzo delle tasse, ufficio imposte) sotto la direzione di Michele Lupo, e sempre con Moschin protagonista. Il 1966 è l’anno di due importanti interpretazioni nell’autobiografico Le stagioni del nostro amore di Florestano Vancini e nel memorabile Signore & signori di Pietro Germi, che gli regala un Nastro d’argento come miglior attore non protagonista. Vengono poi nel 1968 l’avvocato guascone di Italian Secret Service di Luigi Comencini e quello onnipotente e cinico del grottesco Sissignore di Ugo Tognazzi, così come del resto l’anno successivo il banchiere di Dove vai tutta nuda? di Pasquale Festa Campanile.
La poliedricità di Moschin si esprime anche nella capacità di passare da un genere all’altro senza mai fossilizzarsi in una sola tipologia di ruoli o di film. Nel 1969 Moschin esordisce nello spaghetti western con il commercialmente sfortunato Gli specialisti dello specialista del genere Sergio Corbucci. Nel 1970 – stesso anno della sua partecipazione a Il conformista di Bertolucci – interpreta un raro esempio di film fantasy italiano, L’inafferrabile invincibile Mr. Invisibile di Antonio Margheriti, e nello stesso anno affianca Monica Vitti in Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa. Nel 1971 è un laido monsignore in Roma bene di Carlo Lizzani. Nel 1972 è l’ambiguo Ugo Piazza del celebre noir Milano calibro 9, di Fernando Di Leo, con al fianco Barbara Bouchet e Mario Adorf, uno dei film capostipiti del genere poliziottesco. Lo stesso anno sostituisce Fernandel in Don Camillo e i giovani d’oggi di Mario Camerini. Nel 1973 è un convincente Filippo Turati ne Il delitto Matteotti, ancora di Vancini, mentre nel 1974 viene chiamato da Francis Ford Coppola per il ruolo del bieco don Fanucci ne Il padrino – Parte II e interpreta inoltre il crudele bandito detto Il Marsigliese nel poliziesco Squadra volante di Stelvio Massi, con Tomas Milian e Mario Carotenuto.
È però un ruolo brillante quello cui Moschin deve la popolarità maggiore, vale a dire il ruolo dell’architetto Rambaldo Melandri, inguaribilmente romantico, co-protagonista della trilogia di Amici miei insieme al conte Mascetti (Ugo Tognazzi), il giornalista Perozzi (Philippe Noiret), il chirurgo Sassaroli (Adolfo Celi) e il barista Necchi (Duilio Del Prete poi Renzo Montagnani). Il primo film, diretto da Mario Monicelli, esce nel 1975 e si classifica al primo posto negli incassi della stagione. Il seguito, sempre diretto da Monicelli e con Renzo Montagnani che sostituisce Duilio Del Prete, esce nel 1982 e si rivela il terzo incasso stagionale e il film italiano più visto dell’anno.[15] Il terzo film, diretto da Nanni Loy, esce nel Natale del 1985, e pur avendo un successo inferiore, regala a Moschin un secondo Nastro d’Argento. Proprio gli anni ottanta sono quantitativamente meno intensi nella carriera di Moschin, pur regalando – sempre agli inizi del decennio – altre interpretazioni degne di nota, come il deputato comunista di Si salvi chi vuole di Roberto Faenza e il potente ministro di Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada di Lina Wertmüller. Chiusa la trilogia di Amici miei, le apparizioni si diradano ancora di più, ma merita di essere ricordata la partecipazione al poetico I magi randagi di Sergio Citti. L’ultima interpretazione di Moschin per il grande schermo è del 1997 nel discusso Porzûs di Renzo Martinelli.
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