Distinguere un attacco d’ansia da una crisi respiratoria che possa far pensare a un caso di coronavirus. E poi riorganizzare il lavoro cercando di coprire falle del sistema. Lavorare comunque, a ritmi piu’ serrati, senza badare alla paura di essere contagiati, anzi pensare che prima o poi capitera’. Il Covid-19 ha cambiato anche la vita di un medico di base. “Rispetto alo scorso anno, nello stesso periodo – racconta all’AGI Carmine Urciuoli, da 39 anni in attivita’ tra i comuni di Cesinali e Aiello del Sabato – non sono aumentate di molto le richieste dei pazienti. Sono pero’ cambiate. C’e’ sempre una paura di fondo. L’ansia prende un po’ tutti. Pero’ ho riscontato tra i miei tanti pazienti, soprattutto i piu’ anziani, un grande rispetto delle regole”. Il primo approccio e’ un triage telefonico. Lo ha deciso il ministero della Salute. Al telefono il paziente spiega i sintomi. “E bisogna fare attenzione a non scambiare un attacco di panico, che spezza comunque il fiato da un sintomo preciso”, spiega Urciuoli, che divide lo studio con la moglie, anch’ella medico di base.
“Abbiamo deciso di tenere lo studio aperto tutto il giorno, c’e’ poi una segretaria che raccoglie le semplici richieste di prescrizioni, quelle periodiche – dice ancora Urciuoli – cosi’ da ridurre al minimo l’afflusso. Poi capita il paziente che deve essere visitato a casa. Cerchiamo di adoperare tutte le precauzioni, ma abbiamo dovuto dotarci noi di guanti, mascherine e altri presidi perche’ non ci e’ stato distribuito nulla. Se poi il caso fa sospettare un contagio, attiviamo il 118 e scatta tutta la procedura prevista. Sono tanti i colleghi gia’ contagiati, e ce ne saranno altri. Ma questo e’ il nostro lavoro”. Con le nuove disposizioni per le prescrizioni di farmaci disposte dal Governo, si evita che i pazienti debbano ritirare le ricette in studio. “Ma il software non e’ ancora attivo – rileva Urciuoli – so che i colleghi della Toscana sono gia’ a regime da una settimana, qui in Campania forse saremo operativi con il rilascio di un semplice codice da fornire al farmacista da questa settimana. Ma nel frattempo, anzi gia’ da parecchio, ci siamo attrezzati in proprio. Abbiamo deciso di mandare il codice a barre presente sulla ricetta al paziente che lo porta al farmacista e puo’ cosi’ ritirare i farmaci. Io, mia moglie, ma anche altri colleghi, poi consegniamo il cartaceo in farmacia. In un piccolo comune e’ semplice, in una citta’ non potrebbe funzionare”. Decine e decine di richieste ogni giorno tra gli oltre 1500 assistiti e Urciuoli ogni volta chiude un consulto allo stesso modo. “Bisogna stare a casa, bisogna rispettare le regole – sottolinea – possiamo proteggerci solo con il distacco sociale. Noi medici ci saremo sempre, ma bisogna evitare qualunque contatto inutile. Ci sara’ tempo per correre e per passeggiare. Ora non si puo’, i cinesi ce lo hanno insegnato”.
Ricette con le prescrizioni mediche inviate tramite web e accesso allo studio per la ricetta ‘rossa’ solo su appuntamento per evitare assembramenti nelle sale d’attesa. I medici di famiglia, in particolare durante l’emergenza coronavirus, restano il punto di riferimento per i cittadini. Ma, anche loro sono corsi ai ripari per limitare i contatti con i pazienti. “La ricetta ‘rossa’, anche in questo momento, non possiamo inviarla in formato digitale, quindi, automaticamente, non viene recepita dal server. Per quelle dematerializzate, invece, forniamo il numero elettronico agli assistiti i quali, con la tessera sanitaria, vanno in farmacia e acquisiscono il farmaco”, spiega all’AGI Vincenzo Sabatino, medico di base di Salerno che assiste i suoi oltre 1.500 pazienti dal 1986. “La Regione Campania – aggiunge – e’ stata una regione pilota perche’, gia’ da tempo, operiamo con la ricetta elettronica. Solo adesso, le altre Regioni si sono adeguate”. Per Sabatino, quella della ricetta elettronica “e’ un’ottima soluzione perche’ si riduce l’accesso agli ambulatori che rimane necessario solo per la ricettazione ‘rossa’ che, ancora, non e’ demateralizzata”. In questo periodo, con la diffusione del Covid-19, “i pazienti accedono allo studio per la ricetta ‘rossa’, per avere un consulto su esami diagnostici e per una visita urgente. Quindi, l’accesso e’ ridotto, ma non eliminato”. E, percio’, come la gran parte dei suoi colleghi medici di famiglia, “ci siamo regolati per far affluire allo studio le persone previo contatto telefonico in modo da poter accedere uno per volta con dispositivo di protezione, fermo restando che io porto la mascherina. Cosi’, l’assembramento nella sala d’attesa non c’e’ piu’ in quanto il paziente accede solo quando va via chi lo precede”.
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