Il 31 maggio Giornata mondiale senza tabacco 2020, una ricerca analizza le abitudini dei fumatori durante la quarantena

Il prossimo 31 maggio è in programma la Giornata Mondiale senza Tabacco, iniziativa dell’OMS dedicata alla lotta contro il fumo. Quest’anno la sfida per i fumatori è stata duplice, dovendo fare i conti con il pericoloso vizio e allo stesso tempo con la quarantena imposta a causa dell’epidemia di Covid-19. Ecco perché una ricerca condotta da Nielsen e commissionata dalla Foundation for a Smoke-Free World, ha analizzato l’impatto della quarantena e del distanziamento sociale sulle abitudini dei fumatori, in Italia e in altri 4 paesi: Sud Africa, Regno Unito, India e parte degli Stati Uniti (NY e California). Un primo dato interessante rivela che in Italia il 42% degli intervistati ha preso in considerazione la possibilità di smettere di fumare durante il lockdown ma solo il 25% ha effettivamente provato a farlo.

Ecco alcuni dei principali risultati:

  •        Impatto sulla salute mentale: In Italia, Il 29% dei fumatori afferma che il distanziamento sociale ha avuto un impatto molto negativo sulla loro vita. La percentuale è più alta se consideriamo solo le donne (35%) e più bassa tra gli uomini (24%)
  •        Alleati contro lo stress: Circa le metà degli intervistati (48%) fuma o svapa normalmente per combattere lo stress. Il 27% ha fumato o svapato di più in periodo di quarantena. Altre attività utilizzate per combattere lo stress sono: esercizi fisici (45%) e hobby vari (44%). Solo Il 13% fa ricorso all’Alcol, mentre all’estero la percentuale di chi beve per combattere lo stress aumenta fino al 34% nel Regno Unito e fino al 38% negli USA.
  •        Paura di maggiori rischi di contagio legati al fumo Circa 1 su 4 (28%) tra i fumatori di sigarette tradizionali crede che il fumo aumenti il rischio di contrarre il Covid-19. Solo 1 su 5 (19%) crede ci sia maggiore rischio di contagio legato allo svapare.
  •        Incremento degli acquisti: Un terzo dei fumatori tradizionali (33%) e il 38% degli utilizzatori di prodotti a rischio ridotto hanno acquistato di più rispetto al periodo precedente al lockdown per paura della chiusura dei negozi di riferimento, della scarsa disponibilità di prodotti e della difficoltà a uscire di casa.
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