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CULTURA
Trentatré anni dopo: anche Anacapri (NA) ha ricordato il giornalista napoletano ucciso dalla camorra



23/09/2018 - Venere Federico - Ad una settimana dall’anniversario della morte di Giancarlo Siani, Anacapri (NA), con un cineforum organizzato dal Forum dei Giovani, ha ricordato la vita e il lavoro del giornalista, firma de Il Mattino, ucciso il 23 settembre 1985 in un agguato ad opera della camorra.
Nella platea presente anche Gianmario Siani, nipote di Giancarlo.

Il film, ormai noto per aver saputo ricostruire tutti i tasselli che hanno portato il cronista napoletano a diventare elemento scomodo per istituzioni (lecite ed illecite), vede alla regia Marco Risi, il quale dedica la pellicola al papà, Dino.
Il racconto inizia a Torre Annunziata, dove Giancarlo è relegato nel suo ruolo di giornalista “precario”, “abusivo”, condizione che gli sarà sempre troppo stretta. Capace di raccontare ma anche interpretare i fatti, mosso dal desiderio travolgente e dall’incorruttibile morale, con i suoi articoli genera scandalo.
Giancarlo dà nome e cognome, a fatti e persone.
E quando inizia a collegare gli strani intrecci che legano personaggi della pubblica amministrazione ed esponenti della malavita locale, è la fine. La sua fine.
Da solo, giornalista ventiseienne, si schiera per la verità: iniziano così le sue indagini su Valentino Gionta, boss dell’epoca, e sui clan Nuvoletta e Bardellino.
Il suo lavoro, meticoloso, attento e dirompente si fa presto notare.
Dalla redazione distaccata di Castellamare di Stabia viene trasferito alla sede centrale de Il Mattino, a Napoli. È anche al lavoro su un’inchiesta, un papabile futuro libro, nel quale avrebbe raccontato un losco giro di affari tra politica e camorra, circa alcune gare d’appalto sospette.
Nel 1985, tuttavia, Giancarlo pubblica un articolo di troppo, per i boss, di cui aveva ormai attirato l’attenzione.
Troppo pericoloso, va messo a tacere.

Quando si guarda “Fortapàsc”, si spera sempre in un finale diverso. E quando il finale arriva, lascia sempre un nodo allo stomaco di rabbia e tristezza. Gianmario, sullo zio, che non ha avuto modo di conoscere personalmente (poiché nato successivamente ai fatti) dice: “Era un ragazzo, come noi. Ma lui avrà per sempre ventisei anni. […]
Parlando con papà (Paolo – fratello di Giancarlo) abbiamo notato con amarezza che, come giornalista, anche lui andava spesso a parlare alle platee, come facciamo noi oggi. All’epoca però non era valorizzato il suo lavoro, oggi invece tutti vogliono parlarne… Era lui a proporsi, adesso sono gli altri a cercarci.” Il discorso di Gianmario, ci porta a riflettere su quanto Giancarlo abbia lasciato ai propri lettori, attraverso la sua professione: il dovere di informare e il diritto di informarsi. La volontà di credere nella speranza data dall’istruzione. Perché cittadini consapevoli, informati ed istruiti, un giorno, non si sarebbero più piegati ai soprusi della camorra.

A Giancarlo Siani


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