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L'ultima verità dell'ex capitano Francesco Schettino: "Credo di essere stato la prima persona a subire l'uso improprio dei social network che può condizionare e orientare l'attenzione dell'opinione pubblica"



14/06/2018 - «Credo di essere stato la prima persona a subire l'uso improprio dei social network che può condizionare e orientare l'attenzione dell'opinione pubblica»: sono le parole di Francesco Schettino, ex comandante condannato a 16 anni di reclusione per il naufragio della Costa Concordia, contenute in un memoriale recentemente tradotto e diffuso dalla figlia Rossella. Documenti in cui il marittimo metese, attualmente detenuto nel carcere romano di Rebibbia, fornisce per l'ennesima volta la propria versione della tragedia che, il 13 gennaio 2012, costò la vita a 32 persone: «Il reato di abbandono della nave - si legge nella decina di pagine scritte prima della sentenza definitiva pronunciata dalla Cassazione - è stato utilizzato per fuorviare e ingannare l'opinione pubblica, fomentare odio e risentimento verso la mia persona e scoraggiare la serena comprensione di quanto accaduto».

Il testo firmato da Schettino e originariamente scritto in inglese, dunque, punta a smentire l'accusa più infamante mossa nei suoi confronti dalla magistratura: quella di aver abbandonato la Costa Concordia, dopo l'impatto tra quest'ultma e gli scogli, quando una parte dell'equipaggio era ancora a bordo. L'ex comandante, invece, sostiene di essere rimasto sulla nave fino alle 00.17, orario in cui lo scafo si capovolse: «La superficie al di sotto dei miei piedi diventò un muro verticale e fui costretto a scegliere se cadere in mare o indirizzare la caduta sul tetto della lancia di salvataggio». A corroborare questa tesi sono diverse circostanze. La prima? Il comandante in seconda, a breve distanza da Schettino, fu costretto a tuffarsi. In più, proprio alle 00.17 la motovedetta della Guardia di finanza incaricata di coordinare le operazioni di soccorso intimò a tutte le imbarcazioni vicine alla Costa Concordia di allontanarsi perché la nave da crociera si stava capovolgendo. Sempre a quell'ora, come risulta dalla ricostruzione offerta dai carabinieri di Grosseto, l'acqua lambiva il ponte 8 mentre i ponti 3 e 4 erano già sommersi.

Schettino, quindi, non avrebbe vigliaccamente abbandonato la nave. Anzi, sarebbe rimasto a bordo fin quando possibile e si sarebbe adoperato per disincagliare una lancia di salvataggio che, insieme ai suoi passeggeri, rischiava di rimanere schiacciata dalla fiancata della Costa Concordia. Lo dimostrerebbero le verifiche eseguite dai carabinieri, dalle quali risulta incontrovertibilmente la presenza del comandante a bordo della nave fino alle 0.17, e una serie di scatti fotografici, dai quali risulta come i bracci telescopici si fossero ormai conficcati nel tetto della scialuppa sotto la fiancata della Costa Concordia. «Invece di tuffarmi in mare e raggiungere le rocce distanti 30 metri - scrive il marittimo metese nel memoriale appena diffuso dalla figlia su Facebook - riuscii a saltare sul tetto della scialuppa e a liberarla dalla presa mortale che l'improvviso abbattimento della nave aveva generato».

Inevitabile un passaggio sulla telefonata durante la quale Gregorio De Falco, comandante della Guardia costiera di Livorno, intimò a Schettino di risalire immediatamente sulla Costa Concordia quando quest'ultima, però, era già abbondantemente inclinata. Secondo il marittimo metese, quell'ordine perentorio dimostra che «De Falco aveva ignorato tutte le informazioni ricevute e non aveva compreso nulla delle operazioni che stava coordinando»: per tornare sulla nave, infatti, «sarebbe stato necessario un elicottero». «Mentre ero al telefono, vidi spuntare un battello d'emergenza dalla poppa del relitto della Costa Concordia - prosegue Schettino - Credevo che De Falco avesse finalmente mandato qualcuno a prelevarmi per consentirmi di raggiungere la biscaggina posta sul lato emerso della nave e così tornare a bordo. Diversamente avrei dovuto nuotare per circa 300 metri, circumnavigare la Costa Concordia, con un balzo sollevarmi dall'acqua, raggiungere i primi pioli e salire sul relitto».

Di qui la conclusione: «Indipendentemente dalle incontrovertibili evidenze descritte e dalla circostanza che la nave sia rimasta abbattuta nella stessa posizione per anni - conclude Schettino - sembra sia stato veramente difficile comprendere che non ho mai abbandonato la nave. L'opinione pubblica ha cristallizzato l'immagine di un comandante che scappa e non quella di una nave che si può abbattere. La divulgazione di una telefonata di per sé inutile è stata sfruttata per condizionare l'opinione pubblica e anticipare così il fenomeno delle fake news». Sulla stessa lunghezza d'onda Rossella Schettino, da mesi impegnata in una "operazione-verità" a favore del padre: «Nel leggere il documento rinvenuto sulla scrivania di mio padre e successivamente tradotto - commenta la ragazza - trovo una sintesi di elementi, atti processuali e testimonianze rese nelle aule di tribunale che chiariscono come la vicenda del presunto abbandono della nave, così come è stata descritta e raccontata, non corrisponda al vero». (FONTE: IL MATTINO)

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