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MATERNITÀ IN ITALIA, SAVE THE CHILDREN
1 11/05/2017 - Diventano madri sempre più avanti negli anni (31,7 l’età media al parto), spesso sono costrette a rinunciare al lavoro e al tempo libero a causa degli impegni familiari (l’Italia occupa il penultimo posto per tasso di occupazione femminile nell’UE a 28 Paesi) e di un welfare che non riesce a sostenere le donne che decidono di mettere al mondo un bambino. È questo il quadro che emerge dal II Rapporto “Le equilibriste: la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” sulla condizione materna in Italia, diffuso oggi da Save the Children, alla vigilia della Festa della Mamma. I tre indicatori di cura, lavoro e servizi per l’infanzia della seconda edizione del Mothers’ Index (Indice della Madri) italiano[1] sottolineano come la scelta di diventare madre nel nostro Paese possa pregiudicare la condizione sociale, professionale ed economica di una donna a seconda della regione nella quale viene messo al mondo un figlio. Dal Rapporto di Save the Children emerge infatti, come ci siano degli squilibri regionali evidenti tra le regioni del Nord, più virtuose rispetto alle regioni del Sud, dove la condizione delle madri fatica a migliorare.

La Campania si posiziona al 17° posto, guadagnando rispetto al 2016 ben due punti, seguita solo da Puglia (18°), Calabria (19°) e Sicilia (20°), che registra la performance peggiore a livello nazionale. Il Trentino-Alto Adige (1°), anche quest’anno si conferma la regione “mother friendly” per eccellenza, seguita da Valle d’Aosta (2°), Emilia-Romagna (3°), Lombardia (4°) e Piemonte (5°). Per quanto ci siano regioni, come quella siciliana, con un dato complessivo negativo, bisogna comunque sottolineare come altre abbiano invece evidenziato un abbassamento delle performance pur mantenendo delle posizioni medie, come Liguria (11°) e Toscana (8°) che perdono ben 3 posizioni rispetto al 2016 o la Puglia che ne perde due. “La condizione delle madri in Italia è ancora critica. Il divario tra Nord e Sud è drammatico e inaccettabile. Ed in ogni caso, anche nelle regioni del Nord, siamo ancora lontani da un modello virtuoso che renda la maternità una risorsa piuttosto che un impedimento. Serve un impegno collettivo delle istituzioni e di tutti i soggetti coinvolti per permettere alle mamme di vivere la gioia della maternità senza rinunciare alla propria vita professionale e sociale” dice Raffaela Milano Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, l’Organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare la vita dei bambini in pericolo e a promuovere i loro diritti.

Un’Italia divisa tra cura, lavoro e servizi per l’infanzia

L’Indice delle Madri di Save the Children evidenzia lo stesso divario Nord-Sud anche nelle tre aree di indicatori prese in esame per ciascuna regione: cura, lavoro e servizi per l’infanzia. Per quanto riguarda la cura[2], un insieme di indicatori che mettono in corrispondenza i tassi di fecondità delle donne con la distribuzione interna del lavoro di cura del contesto familiare diviso per entrambi i partner con una occupazione, la Campania occupa la parte bassa della classifica con il 14° posto, una posizione in più rispetto all’anno precedente. La Lombardia risulta non solo la regione più virtuosa, ma anche quella che, assieme ad Umbria (9°) e Calabria (17°) ha ottenuto un forte miglioramento dovuto soprattutto ad un abbassamento significativo dell’indice di asimmetria (distribuzione della cura e del lavoro familiare tra donne e uomini). La Sicilia, fanalino di coda della classifica generale stilata da Save the Children, mostra segni di miglioramento esclusivamente per quanto riguarda l’area della cura, per la quale occupa una posizione intermedia (12°).

I dati sull’impiego femminile[3] rispecchiano a grandi linee l’indice generale di Save the Children, con la Campania solo 18a pur guadagnando due punti rispetto al 2016. Trentino-Alto Adige (1°), Valle d’Aosta (2°), Emilia-Romagna (3°) e Lombardia (4°) sono rispettivamente alle prime posizioni; questo mostra come anche nelle regioni dove l’occupazione femminile è in aumento, i territori non riescono ad essere efficaci nel colmare il divario di genere. L’area dei servizi per l’infanzia[4], cioè quell’area che monitora la competitività delle regioni in base agli asili nido e ai servizi integrativi ed innovativi per la prima infanzia offerti, vede la Campania perdere due punti ed attestarsi al 17° posto (era al 15° posto nel 2016) mentre Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige si confermano come migliori. L’Emilia Romagna (9°) invece, rispetto al 2016 peggiora la sua condizione sui servizi, abbassando la performance di ben tre posizioni.

L’occupazione femminile: una criticità irrisolta

Anche quest’anno, il Rapporto “Mamme equilibriste” di Save the Children, restituisce un panorama, per quanto sintetico, della condizione delle mamme in Italia. Da questa analisi, emerge come l’occupazione femminile rappresenti ancora una delle criticità strutturali. Le disparità salariali, i part-time, le riduzioni dell’orario di lavoro, i contratti precari sono spesso le situazioni alle quali le donne devono adattarsi per non perdere il proprio posto nel mercato del lavoro. In questo quadro, la conseguenza più diretta è un abbassamento del livello di qualità della vita che spesso pregiudica scelte familiari e riproduttive. Inoltre, rispetto ai loro colleghi uomini, in Italia le donne vengono pagate meno, una condizione che le rende vulnerabili e a rischio di povertà. L’Italia, infatti, si colloca alla 27a posizione (UE 28), seguita solo dalla Grecia per quanto riguarda l’occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni[5]. A livello mondiale[6], sul divario di genere, il nostro Paese si posiziona al 50° posto complessivo su 144, con una forte flessione rispetto al 2015 quando era alla 41a posizione. Un risultato negativo che riguarda soprattutto gli indicatori relativi al mercato del lavoro e alle opportunità economiche per le donne che lo vedono crollare al 117° posto.

In Italia, le donne in questa fascia d’età sono occupate per il 57,9% contro il 77,9% di uomini della stessa età. Con l’aumentare del numero di figli, aumentano anche le possibilità di rimanere disoccupate. In Italia, si passa da un tasso occupazionale del 58,4% per le donne con un figlio (72,5% la media UE28), al 54,6% per quelle con due bambini (71% la media UE28) fino al 41,4% per quelle con tre o più figli (54,9% la media UE28). Invece gli uomini registrano tassi occupazionali rispettivamente dell’82,1%, dell’86,7% e dell’82,9%[7]. Mentre la popolazione tende ad invecchiare, l’età delle neomamme aumenta in tutta Europa. L’Italia occupa il penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, con una media di anni al parto di 31,7 contro quella europea di 30,5[8]. In diminuzione nel nostro Paese le mamme sotto i 18 anni, che nel 2015 sono 1.739 contro le 1.981 dell’anno precedente. In Italia molte donne, spesso sole (anche a causa dell’aumento dei divorzi e delle separazioni[9]), si trovano a dover sopperire ad un welfare carente e a doversi occupare di genitori anziani e di figli piccoli in un’età sempre più adulta.

Sono circa 8 milioni, infatti, le madri tra i 25 e i 64 anni che convivono con figli under 15 o tra i 16 e i 25 anni ancora economicamente dipendenti[10]. Le incombenze della cura familiare si concentrano maggiormente sulle mamme con il figlio più piccolo sotto i 5 anni (2,7 milioni), su quelle con il figlio più piccolo tra i 6 e gli 11 anni (2 milioni) e su quelle con il figlio più piccolo oltre i 12 anni (3,2 milioni); anche se le maggiori criticità relative al carico di cura pesano soprattutto sulle mamme con tre o più figli (646mila) e su quelle con due figli dei quali quello più piccolo è sotto i 5 anni (1,1 milioni). Se si sommano a questi dati quelli sulla cura di persone anziane, il risultato è allarmante: la media complessiva del lavoro di cura di bambini 0-4 anni e anziani over 80 che grava sulle donne in Italia tra i 15 e i 64 anni è del 33,8% e aumenterà nel 2036 arrivando al 46,2%[11] (a meno che, come è auspicabile, non si rafforzi nel frattempo la rete di welfare e cambi in modo significativo la distribuzione dei carichi di cura tra donne e uomini). Un trend, quello del carico della cura familiare, che passa di donna in donna come una staffetta obbligata e viene chiamato global care chain (catena della cura globale)[12] e che vede le donne come caregivers, siano esse componenti della famiglia oppure no. Le donne italiane, a causa del loro ingresso nel mondo del lavoro e del mancato welfare a loro supporto, sono costrette a delegare altre donne spesso provenienti da Paesi economicamente meno avanzati, la cura di figli ed anziani. Queste stesse donne, sono costrette a lasciare la propria famiglia nel Paese di provenienza e a delegare a loro volta altre donne all’accudimento dei bambini o degli anziani.

Politiche, buone pratiche e raccomandazioni

“Gli interventi a sostegno della maternità, della natalità, sia inerenti al welfare che ad altri strumenti di conciliazione, sono fondamentali per dare modo alle donne di bilanciare la vita privata e familiare con quella lavorativa. Un equilibrio che purtroppo, in Italia sembra ancora un lontano traguardo. Congedi parentali ai padri, lavoro agile[13], accessi al nido e ad altri servizi di assistenza all’infanzia, sono supporti essenziali per le famiglie. Alcuni Paesi europei, come Svezia e Finlandia, prevedono quote di congedo parentale riservate esclusivamente alle madri e ai padri, che devono essere utilizzate obbligatoriamente, pena la perdita del diritto. Quando questi congedi vengono attribuiti direttamente ai papà e non alla famiglia, come invece avviene in Austria o in Polonia, si è visto come gli uomini ne usufruiscano in quota maggiore.” aggiunge Raffaela Milano. In UE i padri tendono ad usufruire del congedo parentale ancora poco con medie che vanno dal 20% al 30% (in Italia si arriva al 10%)[14]. In Germania la parental allawance ha permesso al 34% dei padri tedeschi di passare a casa in media 3,1 mesi[15] nei primi anni di vita del figlio. In Italia il congedo di paternità prevede solo due giorni di congedo obbligatorio più altri due facoltativi. Con la Legge di Bilancio del 2017 è previsto un ulteriore giorno di congedo retribuito al 100%[16], ma molto va ancora fatto per incentivare il ruolo degli uomini nel lavoro di cura, a partire dallo sviluppo di un forte impegno a livello culturale e legislativo per aumentare il coinvolgimento dei padri nel lavoro familiare

Il part time, spesso unica alternativa per le donne occupate che decidono di mettere al mondo un figlio, presenta alcuni aspetti negativi. Infatti, mentre da una parte garantisce la possibilità di prendersi cura dei figli, dall’altra, limita la crescita professionale relegando spesso le donne a ruoli marginali o più bassi rispetto agli uomini. In Italia, più di una donna su 3 (34,6%) ne usufruisce, contro una media UE-27 del 30%. Con l’aumentare del numero di figli, aumenta anche la percentuale di donne che fa ricorso a questo orario di lavoro, passando dal 36,8% delle donne con un figlio al 41,2% delle donne con due figli fino al 43,1% delle donne con tre o più figli.

Nella conciliazione tra vita e lavoro per le donne, ruolo fondamentale riveste l’accesso al nido e ai servizi di assistenza all’infanzia. Diversi studi[17] evidenziano come anche lo sviluppo del bambino sia strettamente legato alla frequenza dell’asilo nido. Solo 9 paesi in UE hanno raggiunto l’obiettivo del 33% di bambini sotto i 3 anni che frequentano il nido[18]. L’Italia è di poco sopra il 27% considerando il cumulo di presenze nei nidi pubblici e in quelli privati. Il dato che riguarda l’utenza effettiva dei soli asili pubblici in Italia è preoccupante, la media nazionale è solo del 12,9%[19]. Negli ultimi anni, nel nostro Paese sono state approvate leggi a sostegno delle famiglie, che mirano a combattere le difficoltà anche economiche di chi decide di mettere al mondo un figlio[20]. Tuttavia, il più delle volte si tratta di bonus e misure una tantum che non rafforzano la rete strutturale dei servizi. L’Organizzazione auspica, invece, che sia garantito a tutti i bambini un servizio educativo, con la necessaria copertura dei posti e adeguati standard qualitativi. È necessario, inoltre, sostenere il rafforzamento delle competenze femminili, intervenendo sul divario di genere ancora presente nei percorsi educativi e scolastici, per quanto riguarda in particolare le materie scientifiche, incentivando il lavoro di cura dei padri e rafforzando il sistema di tutela delle lavoratrici attraverso strumenti di conciliazione, quali flessibilità degli orari e lavoro agile. A tal fine è necessario introdurre un sistema di certificazione (family audit) per valutare le politiche aziendali, premiando con incentivi fiscali le migliori prassi che favoriscono la conciliazione tra famiglia e lavoro.

Fiocchi in Ospedale e Spazi Mamme, Save the Children a sostegno mamme e bambini in Campania. Da luglio 2013 all’interno del reparto maternità dell’Ospedale Cardarelli di Napoli, Save the Children ha avviato il progetto Fiocchi in Ospedale che supporta e favorisce l’incontro tra professionisti di settore e neomamme o donne in gravidanza. Uno spazio dove le mamme possono trovare sostegno alla gravidanza, consigli e indicazioni perché il bambino fin dai primi giorni sia accolto in un ambiente sano e protetto. Dall’avvio del progetto sino a fine 2016, il Progetto ha raggiunto circa 2.280 beneficiari adulti e circa 1.600 bambini.

Nei quartieri Soccavo/Pianura e Centro di Napoli Save the Children ha aperto a nel 2014 2 Spazi Mamme, dove i genitori possono trovare sostegno alla genitorialità e alla cura dei propri figli. Il progetto mira a contrastare gli effetti della povertà minorile e prevenire la povertà educativa. A dicembre 2016, gli Spazi Mamme di Save the Children a Napoli hanno raggiunto più di 8.150 beneficiari dei quali oltre 4.370 minori.
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